1992 Galleria AOC58 Immensità intima (solo) english text

Nell’aprire le pagine di questa presentazione abbiamo infranto e siamo passati attraverso la solida corposità di un’immagine: la fotografia di mure ciclopiche. Così facendo, inconsapevolmente, penetriamo una delle strutture fondamentali, le mure appunto, che aiutano a definire vita e realtà, che stabiliscono limiti a potenza e spazio, per entrare in un luogo che esiste al loro interno, che riverba echi di conservazioni mezzo uditi, tracce di eventi passati, volti appena intravisti.
Osservando I quadri di Susan Kammerer mi ritorna alla mente La poetica dello spazio di Gaston Bachelard, in cui l’autore esplora il significato dei vari ipi di spazio che attraggono e concentrano l’immaginazione poetica; ricordo, in particolare, la sua riflessione su ciò che egli definisce “l’immensità intima”. Dice: “…noi apriamo in qualche mod oil mondo, oltrepassando il mondo visto cosi come esso è, o così com’era prima che iniziassimo a sognare”. È proprio in questo modo che Susan Kammerer “squarcia” la material stessa per produrre immagini che virano il senso delle proporzioni; l’osservatore si trova dunque a chiedersi se egli stia scrutando una vasta porzione di paesaggio o se stia sbirciando con la lente d’ingrandimento sull’orlo di una minuscola crepa per scoprire la vita che essa nasconde; non sa se stia guardando la crepa o il crepaccio.
L’opera di Susan Kammerer è radicata nelle tradizioni e nelle tecniche del disegno, della stampa e della pittura, tanto a livello di pratica che a livello di rivistazione dell’arte del passato. Questo fa si che prenda forma una curiosa sorta di statificazione, in cui vanno a fondersi immagini di diversa origine: le trace delle mura di pietra, apparentemente terrene, che assorbono il dinamismo o peso della struttura compositiva di un dipinto – forse – del Seicento, svelano al tempo stesso la forza emozionale del colore illumina il freddo del muro per fornire la base emozionale che carica l’opera di rimandi al di là della composizione stessa.
Per queste ragini cadremmo in errore se leggessimo le opere della Kammerer come mere astrazioni o trasposizioni di maestri del passato. Esse agiscono piuttosto come una riflessione sulla conoscenza e sulla cultura che rimane, dal passato, eternamente disponibile e utilizzabile da noi nel presente e ci permettono di intravedere immagini di quell passato che continuano a seguirci, ossessionarci e affascinarci. Non è un caso che noi ci ritroviamo e ci riscopriamo attraverso le stesse storie che continuamente raccontiamo e ascoltiamo.
L’artista crea e ricrea l’immagine, alternando costruzione e distruzione, osservando, aggiustando e prestando “attenzione”. E’ sempre Bachelard, nella sua esplorazione dell’immenso nell’intimo, che scrive: “L’attenzione, l’atto stesso, è una lente d’ingrandimento”. È quella lente il meccanismo che ci aiuta a dare senso al nostro mondo.
Deirdre O’Connell – marzo 1992